martedì 27 febbraio 2018

Milano Moda Donna: Antonio Marras A/I 2018-19

In occasione di Milano Moda Donna, Antonio Marras presenta la sua nuova Collezione A/I 2018-19.

Pare che John Marras fosse un mio antenato. L’ho scoperto quasi per caso e stentavo a crederci ma una fitta corrispondenza e un diario di bordo ritrovato a Istanbul, allora Costantinopoli, e la solerzia di un appassionato di alberi genealogici lasciano pochi dubbi. Tutto è iniziato nel 1772 in Francia, a Reims dove il mio antenato Jean Antoine Marras è nato e si è distinto per la maestria nella miniatura. Si dice di lui che fosse prestante, sagace e affamato d’avventura e sebbene avesse una famiglia agiata, una dimora confortevole e una felice predisposizione all’arte, era vissuto in questo mondo per quasi ventun anni con il desiderio di viaggiare per mare, conoscere le nuove terre di cui tanto si favoleggiava e raggiungere infine Costantinopoli, dove la scuola bizantina aveva raggiunto livelli celestiali. Magari passando per le Americhe, circumnavigando la terra, riuscire dove Colombo stesso aveva fallito.


Era il minore di due figli di un padre affettuosissimo e indulgente e, in seguito al matrimonio del fratello, aveva assunto assai presto il ruolo del beniamino di casa. Questo rendeva molto difficile far accettare al padre i suoi sogni di gloria. Ma da troppi anni aveva fantasticato di mari e leggende perché potesse desistere e cosi decise di arruolarsi, di raggiungere Marsiglia nottetempo e di imbarcarsi sul primo vascello disponibile.
Della fuga ci sono poche tracce ma documenti ufficiali lo annoverano nella flotta francese al comando del controammiraglio Laurent Truguet nel mar di Sardegna.

Il comandante francese, con cui il marinaio Marras condividerà destino e fama al punto da suggellare un’amicizia quasi fraterna, si apprestava a conquistare l'isola di Sardegna bombardando Cagliari con una flotta di venti vele, tra cui quattro bombarde e sette vascelli di legno, quando fra le truppe da sbarco scoppiò un'insurrezione che lo costrinse a togliere l'assedio e ad inviare a terra una delegazione di venti marinai tra i quali il giovane Marras per parlamentare coi sardi, chiedendone la resa.

Si racconta che Jean, appena sbarcato incrociò lo sguardo di una popolana e se ne innamorò perdutamente. Si trattava di Bonaria di Sanluri, discendente da la Bella di Sanluri, donna di straordinaria bellezza, che aveva vendicato i sardi, molti anni prima, uccidendo Martino I d’Aragona re di Sicilia a furia d’amore. Bonaria si lasciò conquistare da Jean proprio per emulare le eroiche gesta della sua antenata e, come lei, rimase incinta. Quando il contrammiraglio francese, ormai sconfitto dalla fiera gente sarda, richiamò a bordo nostromo, commodoro e marinai per darsi alla fuga, Jean lasciò a malincuore la bella di Sanluri. Bonaria non volle o non poté seguirlo. Ma restare a Cagliari era impossibile. Troppo difficile giustificare un figlio di padre francese e fu costretta ad esiliare. Si rifugiò al nord, ad Alghero, nella colonia catalana. “Bonita, por mi fé, y bien assentada“, ha detto, giustamente, Carlos V della nostra cittadina, quando in viaggio verso Algeri ha dovuto riparare con tutta la flotta, nella nostra insenatura a causa di una tempesta. E ci ha anche fatto tutti cavalieri. “Estad todos caballeros ha urlato affacciandosi dalla finestra del palazzo De Ferrera in piazza Civica. Anche se qualche malalingua invidiosa e spergiura, sicuramente dei paesi limitrofi, assicura che, a bassa voce, abbia aggiunto Sin espada y sin dinero”.

L’ Alguer, per noi figli di mercanti e pirati, era città fortificata e sicura. I costumi erano molto permissivi e gli abitanti accoglienti e noncuranti, abituati a gente di ogni dove, luogo ideale per una ragazza madre che non voleva dare spiegazioni a nessuno. Nel frattempo ritroviamo Jean in America, a New York, dove era arrivato navigando sulla fregata Atalante sempre al seguito del controammiraglio Truguet. A New York trascorse vari anni dedicandosi alla pittura in miniatura e aprendo anche una bottega nei pressi dell’ Hudson river. Fu in quel periodo che il suo nome venne inglesizzato e da Jean divenne John, come poi è passato alla Storia con la ESSE maiuscola.

Ma il richiamo del mare e di quella terra selvaggia dove aveva trovato l’amore era troppo forte e si rimise in viaggio. Viaggiò in Spagna, in Gran Bretagna, in Egitto, in Marocco, nelle Canarie, ma in Sardegna non ritornò mai più sebbene avesse cercato, disperatamente e ostinatamente, di raggiungerla in tutti i modi. Una volta ci arrivò vicinissimo. Si trattava della Corsica e pare che, ricevuto a casa Bonaparte, Elisa, sorella del futuro imperatore, si infatuò di lui. Ma John, testardo come un sardo marino doc, aveva in mente solo Bonaria e rifiutò l’allettante partito. Ah, quanto gli costò caro! Fu destituito, con la scusa di un’insurrezione e fu inviato nell’Oceano Indiano con una divisione di fregate agli ordini del famigerato Capitan Sercey.

In età avanzata arrivò, come capitano di corvetta, a Costantinopoli dove si stabilì sino alla morte, sopraggiunta per malattia, diventando capo del dipartimento di belle arti e pittore del sublime Sultano. In tempi moderni, in uno dei preziosi bauli del palazzo sono stati ritrovati i manoscritti che raccontano le sue imprese e dove si indugia sulla straziante nostalgia che John provava per quella terra inospitale e indomabile che nell’arco di poche ore gli aveva donato il ricordo più bello della sua vita e il rimpianto più straziante: quello di non aver mai conosciuto il frutto di quell’amore, ossia il mio antenato. Si dice che Bonaria Marras, una volta arrivata ad Alghero, avesse dato alla luce un figlio che chiamò J. Antoine e ne conservò il cognome in onore del padre francese. Il primo impulso fu di abbandonare J. Antonie sulla ruota del convento al carrè de la rora, dove venivano messi tutti i figli di nn in modo che le suore se ne prendessero carico.

Ma Bonaria, fiera e orgogliosa, decise di tenere J. Antoine e di dedicargli la vita senza mai andare in sposa a nessuno sebbene molto richiesta in virtù di una bellezza fuori dal comune. J. Antoine crebbe bello, selvaggio e testardo, un vero sardo marino. Il degno progenitore di mio zio Antonino Marras, detto Zietto. A Zietto devo il suo nome. un orologio Costantin Vaucheron in oro zecchino, regalo di comunione e il suo guardaroba, lascito testamentario. Ho sempre la sua fotografia incorniciata sul mio comodino. Piano americano, a tre quarti, come si conviene a un personaggio di spessore. Gelatinato, ben rasato, basetta in evidenza, sguardo sicuro e magnetico. Elegantissimo, come del resto l’ho sempre visto, nel suo cappotto dal taglio impeccabile, camicia immacolata con cravatta selezionata con cura. Un leggero perlage sulle guance, forse dovuto alla foto ritoccata. Sembrava più un attore di Hollywood degli anni 30 che un minjons dell’Alguer abituato, al primo raggio di sole, a scendere correndo al solario con gli zoccoletti e tuffarsi dagli scogli per catturare polpi con le mani.

Zietto era partito per mare con una seconda ondata di migrazione proveniente da tutta la Sardegna. Molti dei suoi amici erano già partiti e dalla lontana Argentina arrivavano racconti mitologici. In realtà sono sicuro che lui sia partito più per gliua, noia come si dice da noi, che per spirito d’avventura, troppo faticosa, e senz’altro non per indigenza, dal momento che la sua famiglia se la passava piuttosto bene. Io, ovviamente, non ho ricordi di Zietto prima della sua partenza ma i racconti di mia madre, sua cognata, sono sempre stati minuziosi e pieni di ammirazione. Lui era il bello della famiglia, il casanova, il più intraprendente, il più divertente, il cocco di mamma, il preferito insomma di nove figli, cinque figli di primo letto e quattro del secondo di Beppa La Zangara (così si chiamava mia nonna), un donnone imponente, dai tratti più germanicislavi che sardi nel senso che intendiamo comunemente, alla Grazia Deledda, per intenderci. Autoritaria., molto autoritaria. Del resto era lei che portava avanti la baracca, era il perno di tutta la famiglia allargata.

Comandava tutti a bacchetta, si rivolgevano a lei per sciogliere ogni problema che lei, in maniera salomonica, non esitava a risolvere. Era soggetta a feroci antipatie e a dolcissime simpatie, per fortuna mia mamma era annoverata nella seconda categoria e infatti non perdeva mai occasione di tessere le lodi di questa madre-matrona. Comunque Zietto parte, si sa che raggiunge prima Rio de la Plata dove un suo amico aveva sposato una “porteña” e poi arriva a Buenos Aires, quartiere La Boca.

Di fatto è ritornato ricco e famoso dopo circa un decennio, incapace, dice, di resistere a quellanostalgia” di chi va per chi resta e viceversa. Il sogno di andare tornando, lo chiamo io. Sono tornato a Orani, annunziato dalle tue comari <<ricco e potente è>> hanno detto, <<meschino>>, hai risposto, <<costretto a vivere in terre straniere>>. Scriveva Costantino Nivola.

Nei
sui viaggi ha incontrato donne sole, angosciate dal destino ignoto, altre felici perché quello che lasciavano era senz’altro peggio. Chi viaggiava per raggiungere qualcuno, chi per realizzare un sogno. Ha incontrato ballerine, maestre, sarte, scrittrici, attrici, fotografe e cantanti. Ha incontrato uomini, storie, personaggi. Un coro di clandestini in cui convivono voci, affetti, percezioni, colori, profumi, ricordi, stoffe, compleanni, significati e sogni. Progetti e trame e racconti che portano con sé una sorta di mare increspato, in continuo mutamento.

In prima classe uomini d’affari eleganti e contesse ingioiellate, in seconda commercianti e donne sognanti di ricongiungersi con l’amato e la terza, dolore e sgomento. Indossano un guardaroba maschile rigoroso, elegantissimo, impeccabile, preservato dall’usura del tempo incastrato con i tessuti femminili oppure vanitosi e seducenti abiti da sciantosa per alleviare i dubbi di un destino incerto. Le giacche sono state “smontate“, lavate, per dare un effetto infeltrito e rimodellate, i materiali riciclati sono impreziositi da ricami, patchwork e pizzi che arrivano dalla lingerie femminile.

Si mescolano volumi, forme, fantasie e tessuti. Tessuti che arrivano direttamente dalle sartorie dei sarti napoletani nei grigi e nei marroni sono tagliati da jacquard tappezzeria in velluto devorè tipiche di scialli passati da madre in figlia. Le giacche da uomo in piede de poule e Prince de Galles sono ingentilite da pizzi e gioielli. Frammenti di ricami estrapolati da laboriosi e infiniti lavori femminili e stralci di pizzo Chantilly sono accostati a tessuti tecnici e gessati neri. E stampe di fiori in voile leggerissimo si accoppiano a pois, righe e quadri a formare plissè infiniti. Poi ruote, volant, ruches, inserti, ricami, strass, fiocchi, pietre preziose di tesori scomposti. Tulli, tantissimi e voluminosi tulli. Abiti da gransera per ballare e ballare. Animalier e velluti e rose, incrostazioni di pizzo macramé, ricami e intarsi su felpe, maglie, pellicce e trench.

E i colori sono da “drama”: rosso/passione, nero/gotico, bianco/candore, ecrù/stabilità, grigio/rigore e i tortora/terra amara. Tessuti in apparenza distanti tra loro per un’assurda alchimia si accoppiano, si accordano, raccontano il viaggio. Scomponendosi e ricomponendosi, si fondono. Elementi che arrivano da lontano con elementi delle terre di passaggio e della terra d’arrivo e raccontano storie di trasformazione, di cambiamento. Storie di “saudade”, quella malinconia, quella nostalgia, quello strazio che abbiamo noi che
siamo nati in un’isola.

Per Maggiori Informazioni: www.antoniomarras.com




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